Le scelte strategiche della Fondazione Cab

Venticinque anni, un quarto di secolo, un periodo sufficiente per un bilancio, anche per una fondazione come la nostra, emanazione fin dall’inizio dell’allora Banca Credito Agrario Bresciano che ne sostiene l’attività con i propri finanziamenti. Sono stati anni intensi, segnati da eventi indimenticabili e da un intrecciarsi di attività caleidoscopiche, a tratti eterogenee tra loro, eppur sempre sorrette da un pensiero di fondo, una missione comune e precisa: far crescere Brescia, anche al di là della sua forte impronta industriale, farle riscoprire la propria storia, analizzare le proprie radici e valorizzare a fini turistici il suo patrimonio artistico e monumentale.

Cominciare dal fondo – cioè dal traguardo appena toccato e già pensando a quelli da conquistare – probabilmente è un modo un po’ insolito ed anticonvenzionale di celebrare una ricorrenza. Ma che cosa c’è di più anticonvenzionale di quanto è stato fatto in questi anni?

E che cosa c’era e c’è nella nostra città di più alto, quanto a valore simbolico, storico e artistico del complesso architettonico di Santa Giulia? Ha preso avvio da qui la “rivoluzione” della Fondazione Cab: dalla presa di coscienza che la possibile musealizzazione di questo affascinante e unico complesso monastico di origine longobarda avrebbe avuto una forza innovativa dirompente, acquisendo al tempo stesso una dimensione autenticamente internazionale. Tant’è che nel 2008 abbiamo registrato l’interesse dell’Unesco.

Cogliere proficuamente l’occasione storica della disponibilità di Santa Giulia, magnificamente recuperata al patrimonio comune, è stato l’evento discriminante sul quale ha posto le basi l’agire della Fondazione Cab.

Gli amministratori avevano, infatti, la netta convinzione di quanto l’arte nelle sue varie forme (pittura, scultura, musica, poesia, danza, architettura, teatro, oggi anche fotografia e cinema) sia stata fondamentale nell’accompagnare l’uomo lungo tutta la sua evoluzione. Nei secoli questo valore universale ha assunto significati anche assai diversi, ma tutti indispensabili alla crescita complessiva della persona: mezzo per l’affermazione della collettività o dell’individuo, strumento per l’esaltazione dello Stato o della lotta contro di esso, privilegio di pochi o patrimonio di tutti, specchio dei sentimenti e del pensiero di un’epoca, recupero dei valori del passato o avanguardia di cambiamenti futuri.

Un dibattito che a Brescia è stato colto e affrontato concretamente dalle personalità che hanno dato vita alla Fondazione Cab, affermando la rilevanza dell’arte non solo come espressione della creatività e del genio umano, ma anche come precisa attività economica. Ne è venuto un approccio allo studio e alla gestione dei beni culturali orientato non già alla contrapposizione tra i due settori istituzionali tradizionali – cioè il pubblico ed il privato, visti rispettivamente nell’accezione generale come i rappresentanti del benessere collettivo e del profitto individuale – bensì armonizzati in una collaborazione fondata su due concetti base: tutela e valorizzazione.

Ne sono derivati, come primi risultati concreti, interesse, successo e riconoscimento sociale – in particolare nell’ultimo decennio – mai riscontrati prima a Brescia a memoria storica, nemmeno a partire dal 1700, ovvero dalla nascita stessa delle prime collezioni “pubbliche” italiane. Proprio grazie a quel pensiero “armonizzatore” di fondo, è stata superata anche la diffidenza con la quale il settore artistico e culturale, nel suo significato più ristretto ed elitario, ha sempre considerato tutto ciò che avesse a che fare con un approccio anche economico.

Tale atteggiamento ha avuto molte cause: dal timore della mercificazione dell’arte, a quello di una manipolazione del fruitore, fino alla non conoscenza dei principi elementari del marketing che oggi, finalmente, vengono rivalutati.

Un esempio su tutti è il Nuovo Codice per i Beni Culturali e Paesaggistici, entrato in vigore il 1° maggio 2004, con il quale si sono aggiornate le norme, risalenti al 1939, per la tutela del prezioso ed assai articolato patrimonio nazionale. Scopi dichiarati delle nuove disposizioni sono la “semplificazione legislativa” e la realizzazione di “uno strumento unico per difendere e promuovere il tesoro degli italiani, coinvolgendo gli enti locali e definendo in maniera irrevocabile i limiti dell'alienazione del demanio pubblico, che escluderà i beni di particolare pregio artistico, storico, archeologico e architettonico”.

Fuori da ogni eventuale impostazione ideologica, un aspetto concreto risulta essere significativo per gli effetti positivi e di novità che introduce: la possibilità di gestione in forma diretta o indiretta delle “attività di valorizzazione dei beni culturali ad iniziativa pubblica” (articolo 115, comma 1). Lo stesso articolo prevede che Stato e Regioni si possono avvalere di questa facoltà di scelta rispondendo a precisi parametri, mentre gli altri enti pubblici territoriali, cioè le Province ed i Comuni, tranne qualche eccezione, “ordinariamente ricorrono alla gestione in forma indiretta” attuata tramite affidamento “a istituzioni, fondazioni, associazioni, consorzi, società di capitali o altri soggetti, costituiti o partecipati, in misura prevalente dall’amministrazione pubblica cui i beni appartengono”.

Il rapporto fra l’ente pubblico territoriale, definito titolare delle attività di valorizzazione, e l’affidatario od il concessionario viene regolato da un apposito contratto di servizio. Inoltre, lo stesso ente titolare “può partecipare al patrimonio o al capitale” degli organismi prima citati (istituzioni, fondazioni, eccetera) “anche con il conferimento in uso del bene culturale”.

Sembra di leggere, ma è avvenuto un anno più tardi rispetto a quanto già avviato a Brescia, le ispirazioni e le motivazioni che hanno sorretto nel suo continuo divenire lo sviluppo dell’azione istituzionale della Fondazione che, dalla seconda metà degli anni ’90, ha dato vita a quell’esperienza di partnership pubblico/privato (Comune di Brescia e Fondazione Cab) che in Italia ha aperto una via e fatto scuola, con la presa d’atto che, da sole, le risorse pubbliche destinate al patrimonio dei beni ambientali e architettonici in genere erano e sarebbero tuttora insufficienti, specie se commisurate all’incremento dell’offerta di servizi per il tempo libero, alla crescita delle competenze gestionali ed al “consumo” di ogni forma artistico-culturale, visti come elemento differenziante degli stili di vita e, comunque, capaci di costruire una nuova identità collettiva.

Attribuire dignità di “bene economico” alle opere d’arte ed al contempo preservare forme di autonomia alle istituzioni, fornendo a queste gli strumenti per l’acquisizione di maggiori fondi, è stata un’intuizione che Brescia ha saputo cogliere per prima, attuando un’efficace pianificazione sia di strategie che di gestione delle risorse, nella prospettiva non solo e non tanto di soddisfare qualsiasi bisogno del pubblico, quanto di incoraggiarlo a conoscere, frequentare ed approfondire le iniziative artistiche più adatte ai bisogni del territorio.

Individuare gli strumenti per assolvere questo compito e perseguire, grazie all’alto valore delle diverse proposte, la “fidelizzazione” (a Brescia più volte dimostrata) e l’incremento del pubblico, non significa mercificare l’arte, come conferma lo studioso di fama mondiale François Colbert (docente di marketing culturale e direttore dell'École des Hautes Études Commerciales di Montréal): egli spiega, infatti, che “la creazione artistica (il prodotto) è il punto di partenza, non di arrivo”.

La strategia e l’opera della Fondazione Cab in un Paese che fatica a recuperare competitività in diversi ambiti (dell’economia in particolare) può stabilire sempre più un fattore di successo e di favorevole cambiamento. Certo, molto resta ancora da fare, ma la strada tracciata con la partnership tra pubblico e privato ha mostrato come a Brescia il settore culturale sappia funzionare, proponendo esperienze diverse eppure positive, perché capaci di invertire la pericolosa tendenza che vede l’Italia in netto ritardo, rispetto ai principali partner stranieri, sul terreno dell’innovazione tecnologica, della qualità della vita e dell’esaltazione del nostro ingente patrimonio artistico.

Non è un caso che tra i riconoscimenti – anche internazionali – ottenuti con questa visione di fondo, uno dei più significativi sia stato il “Premio Cultura di Gestione” che, negli ultimi anni, ha messo in luce i progetti più innovativi nelle politiche di sviluppo locale, gli interventi di promozione integrata dei beni culturali e del territorio, della riorganizzazione dei servizi ai cittadini. Il prestigioso attestato – primo premio su più di ottanta concorrenti – è stato conferito nel 2001 da Federculture al Progetto Santa Giulia del Comune di Brescia e della Fondazione Cab per la realizzazione e la gestione del Museo della Città, nell’ambito dell’area Cooperazione pubblico/privato.

Un altro importantissimo riconoscimento, nel 2002, è giunto dal Touring Club Italiano: Santa Giulia è stata individuata, segnalata e invitata come unica istituzione museale a rappresentare l’Italia nell’ambito di un programma dedicato ai Grandi Musei d'Europa. Aveva contribuito a sostenere questa scelta, fra l’altro, la convinzione di colui che è stato definito il patriarca della medievistica italiana, Cinzio Violante, scomparso nel marzo del 2001.

L’illustre studioso, ogni qualvolta aveva occasione di parlare di Brescia e della sua storia medievale, confessava il suo rammarico per non aver potuto riprendere ed approfondire quel suo contributo per il primo volume della Storia di Brescia, dedicato alla Chiesa bresciana medievale, che considerava del tutto preliminare a descrivere la complessità del quadro bresciano. E confessava che gli sarebbe piaciuto farlo partendo dalle vicende delle istituzioni monastiche benedettine, a cominciare da Santa Giulia. Si diceva convinto, infatti, dell’impossibilità di conoscere e capire la storia di Brescia, almeno fino al XIII secolo, se non si fosse affrontata in forma esauriente la storia del monastero benedettino femminile di Santa Giulia, radice essenziale di Brescia e della brescianità.

Un legame davvero forte, si potrebbe dire viscerale, che esce dai libri e dalle memorie – nei quali pure è gelosamente custodito e tramandato – e che si fa visibile e concreto nel luogo che Comune di Brescia e Fondazione Cab hanno voluto diventasse il Museo della Città. Così Santa Giulia si è trovato, come si diceva, ad essere unico museo italiano espresso dal Touring Club Italiano, nel gotha dei musei europei. Hanno determinato questa prestigiosa e gratificante indicazione alcuni fatti specifici, a cominciare dall’insieme costituito dalla bellezza del sito e del complesso storico-artistico-architettonico, dalla validità del suo restauro, nonché proprio dal rapporto pubblico/privato attivato per la gestione dell’immagine, delle mostre e delle diverse iniziative realizzate dal Comune di Brescia e dalla Fondazione Cab.

La Fondazione, nell’occasione, si è resa conto che è altrettanto grande la responsabilità di mantenere alto, sempre nel tempo, il confronto con musei famosi e con città d’arte tradizionalmente più note di Brescia, nonostante tutta Brescia fosse da rilanciare per la sua ricchezza diffusa di testimonianze di storia, tradizione, arte, ambiente. Una ricchezza che non solo i bresciani e gli italiani, ma anche gli stranieri, hanno saputo riconoscere, tanto nei diversi musei cittadini quanto nell’intrigante rilancio della “romanità bresciana” narrata dal Parco Archeologico più vasto del Nord d’Italia.

Quella della Fondazione è cominciata e si è sviluppata come una sfida fatta di responsabilità, di equilibri da creare, di conflitti da mediare e, a monte di tutto, di scelte forti sul piano degli orientamenti sia da parte del pubblico che da parte del privato. E' proprio questo equilibrio, questa attenta miscela che si sono conseguiti efficacemente a Brescia con l’operazione, di lungo periodo, legata a Santa Giulia – Museo della Città.

Un’operazione che si può riassumere in tre verbi: conoscere, proteggere, valorizzare, ovvero le parole chiave della natura sociale della Fondazione Cab, alle quali si aggiungono due concetti, quantità e qualità, che stanno a sottolineare l’eccezionale – quantunque insospettata – densità di beni storici, architettonici e monumentali della terra bresciana.

La ricchezza e la continuità delle espressioni artistiche sono due degli elementi che maggiormente contraddistinguono il sito di Santa Giulia: reperti antichissimi si sommano a quelli archeologici della grande civiltà romana ed al medioevo longobardo, che ha segnato presenza e forma della città. Attraverso Santa Giulia, Brescia sa guardare al suo passato, capirlo e divulgarlo. La strategia messa in atto nell’ultimo decennio ha consentito, pertanto, di superare il più emblematico dei tanti paradossi del nostro Paese, ovvero l’incapacità di elevare la cultura e le proprie bellezze ambientali.

Cosa intendiamo per cultura? La cultura è l’anima di una società civile. Una società che vuole crescere deve assolutamente curare la dimensione culturale intendendo per tale la cultura delle azioni dell’uomo in ogni momento della sua vita: c’è la cultura del mangiare, del bere, del rapportarsi con gli altri, del lavoro, del riposo, del tempo libero, del denaro, del risparmio, ed è in questi termini che la parola cultura va intesa e nobilitata.

L’uomo è un robot se non ha cultura: qualcuno la chiama anima, intelligenza, spirito, ma sono termini che riconducono alla stessa fonte. Quando vogliamo valorizzare un bene impregnato di storia della società e che esprime bellezza, noi diamo esaltazione alla cultura che non si ferma all’osservazione di un quadro, di una statua, di un monumento, di una chiesa, di un palazzo, ma tramite quel bene fa emergere una crescita interiore che prima non c’era.

E c’è un modo per restituire al patrimonio ambientale italiano tutto il suo valore? C’è una via per esaltarne l’attualità e l’universalità? E’ possibile evitarne la “mummificazione” anche se può piacere a pochi “eletti”? E’ plausibile scongiurarne – sul piano opposto – la deriva commerciale, la mercificazione e la spettacolarizzazione a buon mercato? In una parola, si può immaginare un rilancio del Paese che passi anche attraverso il rilancio delle proprie risorse monumentali, artistiche, ambientali?

La risposta è affermativa e Brescia è impegnata da anni a dimostrarlo, con cifre e risultati alla mano. Far funzionare la macchina culturale significa abbandonare l’ossessione dimensionale che tuttora domina il dibattito. Non importa se in Italia è presente circa il 40% del patrimonio artistico mondiale: è, invece, indispensabile cogliere la responsabilità che viene da una mole così ingente e capillarmente diffusa sul territorio, riferita a civilizzazioni tanto diverse e influenti. Succede che l’interesse che il pubblico manifesta per le bellezze artistiche non trova sempre le occasioni e le opportunità che meriterebbe, mentre il bisogno di consolidare la propria identità e il senso di appartenenza a una comunità territoriale dovrebbe, al contrario, sempre trovare la sua più efficace fonte di soddisfacimento.

A questo interesse corrisponde una rinnovata sensibilità da parte delle imprese (facilitata dall’allentamento recente di alcuni vincoli fiscali), una forte curiosità da parte di fasce di consumatori inedite, una nuova passione da parte di artisti e di addetti ai lavori. Tutto ciò impone scelte strategiche, che dimentichino finalmente nostalgie del passato e offrano nel presente una nuova capacità di crescita collettiva.

Queste scelte strategiche la Fondazione Cab le ha compiute, attraverso la collaborazione con l’Amministrazione comunale cittadina, ed ha saputo mettere in circolo anche le risorse necessarie allo sviluppo del territorio, coniugando cultura e produttività e stimolando la rinascita di valori, la riscoperta dell’identità dei luoghi con l’obiettivo di un avvenire migliore.


Agostino Mantovani

Segretario Fondazione CAB